Cosa vi aspettavate dal breve corso che abbiamo cominciato?
Sta cambiando, in qualche modo, quello che fate di solito con il web?
Scrivete i vostri commenti!
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Se cliccate sul sito di “Nova”, vedrete il riferimento al progetto “10 domande”, al quale ciascuno di noi, dotato di una webcam, può partecipare.
Vi invito, se avete un po’ di tempo, a scorrere i post di questo blog curato da una nostra collega di Ravenna, che contiene molti suggerimenti utili per l’applicazione dei temi del web 2.0 nella didattica.
Domenica, 3 marzo
Venerdì un’amica incontrata in msn mi ha copiato una nota d’agenzia: «Domenica, 20.10, ospite di Che tempo che fa, lo scrittore israeliano A. B. Yehoshua». -Lo sapevi?!… –No…
Oggi la prima pagina del Corriere parla dell’attacco israeliano a Gaza. Ho fatto la strada a piedi per mettere una distanza tra me e quello che c’è scritto sul giornale. A casa leggo il commento di Etgar Keret. Gli articoli con la cronaca li scorro dopo.
Da quando sono tornata a casa, ogni volta che si parla di Israele richiamo alla mente nomi e facce di persone che ho conosciuto o solo incontrato mentre ero là. Il kibbutz dov’ero è a nord, in Galilea. Megido. Mi raccontavano che l’estate prima, quella di due anni fa, gli ospiti delle strutture di Tiberiade, ragazzi ed adulti con disturbi mentali che lavorano nel kibbutz, avevano temporaneamente riparato a Megido per paura dei razzi sparati dal sud del Libano. Adesso invece i razzi arrivano da Gaza e non colpiscono più la Galilea. Non so se qualcuno del kibbutz è tra i duemila soldati di Tsahal impegnati nelle operazioni militari a Gaza… Keret commenta i fatti di ieri con il distacco di chi ha imparato ad accettare la frustrazione della propria impotenza. Chiude il suo articolo con la barzelletta dell’ubriaco e un poliziotto. Niente come questa barzelletta potrà descrivere altrettanto bene la situazione attuale tra israeliani e palestinesi… Assurda, disperante.
Anche Yehoshua come Keret è invitato alla Fiera del Libro di Torino. Solo qualche giorno fa mi ero imbattuta in una sua intervista. Tra le altre cose mi aveva colpita un’affermazione, il suo riconoscersi più simile ad un ultraortodossa moderato che a un arabo laico (e per di più poeta…).Nel primo romanzo che ho letto di Yehoshua, L’amante, la figlia adolescente del protagonista, Dafi, perde la sua verginità con un ragazzo arabo, Na’Im (per quanto arabo-israeliano, lui si sente ed è palestinese). È Dafi a volerlo, è lei ad invaghirsi di lui (che comunque ricambia il suo interesse) e ad attirare il ragazzo a casa sua. Quel libro è stato pubblicato nel 1977. A distanza di parecchi anni, durante la seconda Intifada, Yehoshua affermava che, se il romanzo fosse stato scritto in quel momento, non avrebbe mai assecondato uno sviluppo simile della trama. Me lo aveva riferito il professore con cui ero in tesi (e con cui della mia tesi non parlavo, quando pure riuscivo a parlarci…). Il professore ne era molto dispiaciuto: «Capisci, non farebbero più l’amore insieme».
Penso al fatto che Yehoshua, laico e, per quello che so, non credente, senta di essere più simile ad un religioso ebreo che ad un arabo laico, poco o non credente, scrittore come lui… Uno dei temi di cui più si parla (e si straparla) in Italia è quello della difesa della laicità dello stato. Mentre ero in Israele non riuscivo a capacitarmi di una situazione come quella: una società intera, in cui i credenti (e con credenti intendo anche i praticanti, distinzione poco usata fuori dall’Europa) sono circa il 5 %, si blocca durante il fine settimana, “shishì shabat”: nessun autobus, nessun taxi, nessun volo della Compagnia di bandiera, negozi e uffici chiusi. Pannella e i radicali avrebbero di che indignarsi e protestare! (e chissà come la metterebbero con la loro difesa dell’unica democrazia nella regione mediorientale e la conseguente rivendicazione dell’ingresso di Israele nell’UE…).
Yehoshua vive ad Haifa, la sola città, insieme all’antica Giaffa, in cui ebrei e arabi israeliani vivono insieme. Per il resto il paese è diviso in centri abitati solo da ebrei o solo da arabi israeliani, un po’ come due separati in casa. Proprio per Yehoshua, che pure viene da una città con una tradizione di lunga convivenza, la prospettiva di uno stato binazionale sarebbe una rovina, la distruzione dello stato ebraico: «Io vivo in una comunità con una sua memoria, le sue festività […]. Significherebbe cancellare il desiderio di far parte della nazione, eliminerebbe i simboli e l’identità. Dovremmo cambiare la bandiera, l’inno». Mi viene anche in mente che la famiglia di Yehoshua non è una di quelle scampate alla shoah, è arrivata in Israele dal Marocco, prima ancora che nascesse lo stato ebraico. Almeno a livello personale nessun trauma familiare da rielaborare né terrori da esorcizzare (e sono tanti quelli che ignorano quanto entrambe le cose abbiano pesato e pesano sulle scelte degli israeliani).
Sull’autobus che da Gerusalemme mi riportava a Tel Aviv per tornare a casa (ma mi era poi mancata casa?…) ho conosciuto un ragazzo israeliano che aveva scelto l’obiezione di coscienza (cosa per niente facile in Israele). Lui sosteneva come unica vera soluzione praticabile quella opposta a Yehoshua: la creazione di uno stato binazionale. E non mancava di argomentazioni (aveva comunque gioco facile con me che comincio a masticare solo ora un po’ d’inglese). Lo ascoltavo forzandomi di capire più di quanto fossi realmente in grado di comprendere, parecchio disorientata pensando alle affermazioni di segno opposto sentite da tutti quelli con cui avevo avuto a che fare nelle 4 settimane precedenti. Ad un certo punto qualcosa mi si è ribellato dentro e l’ho interrotto: -Ma tu credi che i palestinesi vogliano dividere uno stato con voi?, -E perché no? Hanno bisogno di noi come noi di loro. - Ma loro uno stato non lo hanno mai avuto… davvero credi che potrebbero rinunciare ad avere uno stato solo loro, tutto loro, anche se piccolissimo? Almeno all’inizio, solo per sapere cosa si prova ad averne uno… A quel punto sono dovuta scendere di corsa per non perdere la fermata.
L’identità e la memoria, singole e collettive, i rapporti con l’altro e diverso, non sono questioni di cui discutere per israeliani e palestinesi, ma sale che sfrega tagli aperti nella carne viva. Forse è da questo che derivano un potere di suggestione quasi del tutto addomesticato in Europa dove quegli stessi temi, o sono branditi come un’arma da gente ignorante e arroccata, o sono trattati con arroganza da uomini di cultura che dispensano il loro punto di vista intellettualmente superiore. Ma tutti gli altri di quei temi sembrano non sentire il richiamo o, se ancora non hanno soppresso il bisogno di chiedersi chi sono, se ne sentono defraudati, da quelli che della loro identità hanno fatto un muro e da quelli che al contrario l’hanno abbattuta per assumere un’identità che affermano finalmete libera, di più, liberata. Parlare di identità di Israele o della Palestina, di memoria degli israeliani o dei palestinesi, delle loro relazioni interne e reciproche, dei nodi irrisolti delle loro anime, quasi sempre serve a risarcire gli altri, gli europei prima di tutti, dell’impossibilità o incapacità di interrogarsi su quegli stessi temi in prima persona. Come se su di loro, israeliani e palestinesi, si proiettassero i termini di una riflessione che non riusciamo più a fare rispetto a noi stessi. Anche da qui l’interesse, a volte il fascino, per la questione mediorientale.
…
L’intervista a Yehoshua è durata poco più di un quarto d’ora… un bel quarto d’ora, per me. Ma il mio è già da tempo più che interesse o fascinazione, se non fosse abusata, potrei dire che è… -ore.
Quando cominci ad interessarti di qualcosa, le cose ti saltano agli occhi da sole. Dunque vi segnalo questo articolo in cui mi sono appena imbattuto e che tocca i temi di cui abbiamo cominciato ad occuparci (duro stare al passo con lo stato dell’arte!)
Bene, già quattro di voi si sono felicemente “logati” e Claudio, oltre ad aver fatto tutti i compiti, ha anche aperto il suo blog!
Vi proporrei d’inserire qui, di seguitoa questo post, come commenti, i vostri quesiti e le vostre riflessioni.
Ciao a tutti!
Ho già messo (“postato”?) un commento al post (“articolo”?) di Pier “Avviso ai naviganti”.
Ora però mi viene il dubbio che il compito per casa fosse mettere un nuovo post. Dunque eccolo.
Ho mandato a tutti l’avviso per crearvi un account wordpress. Si tratta di una procedura guidata e molto semplice; se ci fossero problemi, mandatemi una mail (piervincenzo.diterlizzi@gmail.com) o venitemi a cercare a scuola.
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